L’evoluzione della Fotografia, la diffusione iniziale

Dalla Diffusione iniziale ai nostri giorni

L’apparecchio fotografico Daguerre
L’Apparecchio fotografico Daguerre

La fotografia si affiancò e in alcuni casi sostituì gli strumenti di molti specialisti. La possibilità di catturare un paesaggio in pochi minuti e con una elevata quantità di particolari fece della fotografia l’ideale strumento per i ricercatori e i viaggiatori. Il fotografo di quei tempi doveva però portare con sé un’attrezzatura di peso considerevole. Oltre alla macchina fotografica e al cavalletto, aveva bisogno di un intero laboratorio fotografico mobile, sotto forma di tenda o carrozza oscurabile. Era indispensabile possedere nozioni di chimica e ottica, una grandissima abilità manuale, per preparare in loco le lastre, sensibilizzarle e, dopo l’esposizione, svilupparle e flssarle. 

Nonostante questi successi incoraggianti, la fotografia incontrò inizialmente dei problemi nel ritrarre figure umane a causa delle lunghe esposizioni necessarie. Anche se illuminato da specchi che concentravano la luce del sole, immobilizzato con supporti di legno per impedire i movimenti, il soggetto doveva comunque sopportare un’esposizione di almeno otto minuti per ricevere una fotografia in cui appariva con occhi chiusi e un atteggiamento innaturale.

Nacque pertanto l’esigenza di perfezionare tecniche e materiali per permetterne  l’evoluzione ed ampliarne l’utilizzo. Questo avvenne nel trentennio fra il 1840 ed il 1870 dove diversi fra pittori, fotografi ed inventori studiarono una serie di innovativi procedimenti che portarono la tecnica fotografica a livelli  di eccellenza. Studio che anche negli anni successivi non si arrestò.

1840. La riduzione dei tempi di esposizione





Obiettivo di Petzval
Obiettivo di Petzval

Solo nel 1840 l’introduzione da parte di Joseph Petzval di un obiettivo di luminosità f/3.6 e dell’aumentata sensibilità della lastra dagherrotipa mediante l’utilizzo di vapori di bromo  e cloro  permisero esposizioni di soli 30 secondi. Per opera di Hippolyte Fizeau venne inoltre rafforzata la fragile  lamina argentata utilizzando  cloruro d’oro , che incrementò anche il contrasto generale.




 

 

1841. Dalla Sciadografia alla calotipia

Calotipo
Calotipo

Il 1841 fu l’anno dell’evoluzione della sciadografia in calotipia ad opera di Talbot, che intuì la possibilità di terminare la trasformazione dei sali d’argento non solo mediante l’azione della luce, ma con l’utilizzo di un nuovo passaggio chiamato sviluppo fotografico. Mentre nella sciadografia l’esposizione continuava fino alla comparsa dell’immagine, nella calotipia l’esposizione venne ridotta a pochi secondi, ed era compito dello sviluppo far apparire l’immagine negativa finale. La carta veniva immersa in una soluzione di nitrato d’argento e acido gallico, esposta e immersa nella stessa soluzione che agisce da rilevatore permettendo la comparsa dell’immagine finale. La stampa necessaria per ottenere il positivo utilizzava il solito cloruro d’argento.  Tra il 1844 e il 1846 Talbot produsse in migliaia di copie quello che può essere definito il primo libro fotografico, il Pencil of Nature, contenente 24 calotipi.  

Grazie a questi progressi tecnologici, nuovi laboratori aprirono in tutto il mondo. In America, che ottenne il primato della quantità di dagherrotipi prodotti, ottenne un grande successo e nel 1850 si contavano più di 80 laboratori nella sola New York. Le lastre argentate furono qui prodotte utilizzando macchine a vapore e con il trattamento elettrolitico, che aumentava la quantità di argento sulla lastra.

La moda dei ritratti si sviluppò rapidamente e ne usufruirono tutti i ceti sociali, grazie all’economicità del procedimento. Il dagherrotipo era di solito più apprezzato, perché produceva una sola copia, rendendola quindi più preziosa, e perché di qualità superiore al calotipo, che subiva i difetti dell’utilizzo della carta come supporto per la stampa. I soggetti erano ripresi solitamente in studio, su di uno sfondo bianco, anche se numerosi furono i fotografi itineranti, che si muovevano con le fiere e nei piccoli villaggi. 

1851.Dagherrotipia e Calotipia sostituite dal  procedimento al Collodio 

Procedimento al collodio Umido
Procedimento al collodio Umido

Nel 1851 Frederick Scott Archer introdusse un nuovo procedimento a base di collodio che affiancò e infine sostituì tutte le altre tecniche fotografiche. L’utilizzo del collodio e di lastre in vetro o metallo resero dei negativi di qualità eccezionale, stampati sulle recenti carte albuminate o al carbone. Le lastre al collodio necessitavano di essere esposte ancora umide e sviluppate subito dopo; questa caratteristica, se da un lato permise la consegna immediata del lavoro al cliente, richiese il trasporto del materiale e dei chimici per la preparazione delle lastre nelle attività all’esterno. Il procedimento fu denominato a lastra umida o collodio umido. Dall’intuizione che da un negativo al collodio sottoesposto era possibile ottenere un immediato positivo grazie all’applicazione di una superficie scura sul retro nacquero due tecniche fotografiche, l’ambrotipia brevettata nel 1854 che utilizzò una lastra di vetro, e la ferrotipia, su superficie di metallo.

Ambrotipo
Ambrotipo
Ferrotipo
Ferrotipo

Una particolare applicazione della lastra umida nacque per soddisfare l’enorme richiesta di ritratti. Brevettata nel 1854 da André Adolphe Eugène Disderi, si componeva di una fotocamera a quattro obiettivi che impressionava una lastra con due esposizioni, per un totale di otto immagini da 10×6 cm, stampati a contatto su carta che, a causa delle piccole dimensioni, vennero chiamati carte de visite.

Dalla diffusione all’industria fotografica

Carte de visite
Carte de visite

La richiesta sempre maggiore di materiali, strumenti e fotografie produsse un nuovo mercato di fabbriche e laboratori specializzati, che divennero man mano delle catene di montaggio dove ogni compito era demandato ad un singolo individuo. Una persona si occupava della preparazione delle lastre, che venivano portate al fotografo per l’esposizione e in seguito assegnate ad un altro collaboratore per lo sviluppo. Infine, le lastre erano pronte per il fissaggio conclusivo in un’altra stanza. Erano inoltre presenti delle assistenti per accogliere i clienti e indicar loro la posa più opportuna.

Il popolare formato  carte de visite fece nascere la moda dell’album fotografico, dove presero posto i ritratti di famiglia e spesso anche di famosi personaggi dell’epoca. Anche la fotografia paesaggistica fornì elevate quantità di cartoline raffiguranti vedute, monumenti, quartieri o edifici storici da consegnare al turista in visita. Nel 1860 in Scozia, il laboratorio di George Washington Wilson produsse più di tremila fotografie al giorno, utilizzando dei negativi di vetro posti a contatto su carta albuminata, trasportata su nastri all’aperto per l’esposizione alla luce solare.

La necessità di produrre lenti e apparecchiature fotografiche vide la nascita e lo sviluppo di importanti aziende fotografiche, che grazie al loro impegno e sviluppo portarono numerose innovazioni anche nel campo dell’ottica e della fisica, fra queste ricordiamo le principali: 

Carl Zeiss, 

Agfa

Leica

Ilford

Kodak,

Voigtländer. 

Altre tappe che contribuirono all’evoluzione e alla diffusione della fotografia furono:

1857. La comparsa del primo ingranditore a luce solare a opera di J. J. Woodward;

1859. R. Bunsen e H. E. Roscoe realizzano le prime istantanee con lampo al magnesio

1861. Le prime immagini a colori per sintesi additiva ad opera di  J. C. Maxwell 

1869. Le immagini a colori  per sintesi sottrattiva  introdotte da Louis Ducos du Hauron,e le lastre con gelatina animale come legante di  R. L. Maddox.

1873. H. Vogel scopre il principio della sensibilizzazione cromatica e realizza le prime lastre ortocromatiche.

Perfezionamento dei materiali sensibili

Gli sforzi furono anche indirizzati al perfezionamento dei materiali sensibili, dei procedimenti di sviluppo e degli strumenti ottici. 

Tra le innovazioni più importanti si ricordano: l’introduzione degli apparecchi fotografici portatili e l’introduzione delle pellicole in rullo.

1884. George Eastman e le prime pellicole in rulli.

George Eastman
George Eastman

Nel 1884 l’americano George Eastman fabbricò le prime pellicole in rulli da 24 pose. Nel 1888 lanciò sul mercato un nuovo rivoluzionario apparecchio di piccole dimensioni (solo 18 cm di lunghezza), che conteneva un caricatore da 100 pose. Dotato di fuoco fisso e di una velocità di otturazione vicina a 1125 sec, dopo l’ultimo scatto doveva essere rimandata alla Casa, che sviluppava le 100 foto e ricaricava la macchina con un altro rotolino.  Venne chiamato con un termine onomatopeico divenuto famoso nella storia della fotografia: Kodak.   Dalle pellicole su carta passò poi nel 1889 alle pellicole su celluloide: sistema ancora  oggi in uso. Nel 1891 infine introdusse le prime pellicole intercambiabili a luce diurna.  

Nel 1890 F. Hurter e V. C. Driffield iniziarono lo studio sistematico della sensibilità alla luce delle emulsioni, dando origine alla sensitometria

Un considerevole miglioramento delle prestazioni degli obiettivi si ebbe nel 1893, quando H. D. Taylor introdusse un obiettivo anastigmatico (tripletto di Cooke) con sole tre lenti non collate; tale obiettivo fu perfezionato da P. Rudolph nel 1902 con l’introduzione di un elemento posteriore collato e venne prodotto l’anno dopo dalla Zeiss, con il nome di Tessar.

Negli ultimi due decenni del secolo scorso comparvero praticamente tutti i tipi di macchina fotografica che, con vari perfezionamenti, si trovano tutt’oggi sul mercato. A partire dall’inizio del XX secolo il cinema, la fotografia aerea e la Prima guerra mondiale contribuirono non poco allo sviluppo della tecnologia fotografica.

Nel 1904 Auguste e Louis-Jean Lumière brevettarono un fortunato procedimento di fotografia a colori.  

Nel 1923 venne immessa sul mercato una macchina fotografica leggera, versatile e nuova: la Leica  progettata da Oscar Barnack, un dipendente della fabbrica tedesca di ottiche Leit. 

1928. Dalla Reflex alla Polaroid

 

Rolleiflex 1928
Rolleiflex 1928


Polaroid 1948
Polaroid 1948

Altri progressi furono introdotti dall’adozione  degli strati antiriflesso sulle superfici esterne delle lenti (che migliorarono enormemente la trasmissione tra aria e vetro e il contrasto degli obiettivi) e dal sistema reflex nel 1928 . La prima macchina reflex binoculare, con un obiettivo per la ripresa, uno per l’inquadratura e la messa a fuoco venne realizzata nel 1865 da H. Cook. Nel 1948 il chimico Edwin Herbert. Lande introduce con il processo Polaroid in bianco e nero (che permetteva di ottenere in pochi secondi una copia positiva, utilizzando un apparecchio e una pellicola speciali), processo successivamente esteso al colore. 

Anni ’60 esposimetri, avanzamento e riavvolgimento automatici

Fotocamera Automatica anni '60
Fotocamera Automatica anni ’60

Negli anni Sessanta con gli esposimetri incorporati nelle macchine fotografiche ebbe inizio l’epoca degli automatismi: l’evoluzione tecnologica in tale campo fu tale che con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, la messa a fuoco e l’esposizione diventano completamente automatiche; inoltre micromotori provvedono al caricamento della pellicola, al suo avanzamento dopo ogni scatto, e al riavvolgimento nel caricatore al termine dell’uso. 

Il progresso dell’elettronica permise di adottare alcune delle ultime scoperte anche nell’acquisizione delle immagini. 

Nel 1957 Russell Kirsch trasformò una fotografia del figlio in un file attraverso un prototipo di scanner d’immagine

Nel 1972 la Texas Instruments brevettò un progetto di macchina fotografica senza pellicola, utilizzando però alcuni componenti analogici. 

La prima vera fotografia ottenuta attraverso un processo esclusivamente elettronico fu realizzata nel dicembre 1975 nei laboratori Kodak dal prototipo di fotocamera digitale di Steven Sasson. L’immagine in bianco e nero del viso di un’assistente di laboratorio fu memorizzata su un nastro digitale alla risoluzione di 0.01 Megapixel, utilizzando il CCD (Charge Coupled Device)Questo componente era in grado di analizzare l’intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l’immagine e di trasformarli in segnali elettrici che venivano poi registrati su un supporto magnetico (nastro o disco) che poteva contenere alcune decine di foto. L’immagine registrata poteva essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un’apposita stampante, o spedita, via cavo o via rete, a qualsiasi distanza. Macchine di questo tipo venivano usate soprattutto dai fotoreporter, perché permettevano l’immediata trasmissione delle foto ai giornali, che non avevano bisogno di immagini ad alta definizione. 

L’inconveniente principale della fotografia elettronica era infatti la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale. Le altre ricerche sulla fotografia digitale pertanto furono rallentate dai continui miglioramenti delle fotocamere a pellicola, che proposero dispositivi sempre più semplici e comodi da usare, fino ad ottenere modelli di fotocamera totalmente automatici. Solo quando le emulsioni fotografiche non permisero ulteriori miglioramenti e la tecnologia digitale raggiunse un livello qualitativo equiparabile, allora l’interesse dei consumatori si trasferì sul nuovo procedimento. 

La produzione di un gran numero di fotocamere digitali totalmente automatiche invase il mercato riscontrando il favore sia del fotografo occasionale, che poté conservare e rivedere le immagini direttamente nella macchina o a casa,   sia dei

Fotocamera Digitale
Fotocamera Digitale

fotoamatori piu’ evoluti in quanto davano potentissimi strumenti a tutti quei professionisti che svolgono la propria attività gravitando tra la “fotografia pura” e la grafica pittorica. I sofisticati sistemi di esposizione, messa a fuoco, inquadratura e disponibilità immediata delle immagini in fase di ripresa e la loro elaborazione sul computer hanno ridimensionato il lavoro di camera oscura per lo sviluppo del negativo e/o della diapositiva e per la loro stampa. Essa richiedeva lunghe ore al buio, pazienza e risorse economiche, al punto che grandi fotografi utilizzavano spesso laboratori professionali per le loro immagini. 

Oggi il processo è alla portata di tutti grazie alle immagini digitali che possono essere ritoccate, modificate e trasferite con il computer di casa propria, avvalendosi di programmi di editing e/o fotoritocco e modalità di archiviazione di file anziché di voluminosa carta che hanno in gran parte ridotto la domanda di pellicole e di stampa tradizionale delle foto. 

 

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