Cos’e la Fotografia?

Cos'e la Fotografia?

Ognuno di noi si sarà’ chiesto almeno una volta  cosa si intende per fotografia, o cosa significa fotografare.  La fotografia infatti non e’  semplicemente  il gesto di impugnare una fotocamera, inquadrare un soggetto e scattare, no!  essa e’ l’insieme di grandi  scoperte, geniali e fortunose intuizioni, studi approfonditi che fondano la loro storia sin dal 300 a.C. e che hanno portato ai nostri giorni le immagini, un tempo ricalcate su fogli semitrasparenti, ad essere impresse su supporti digitali ad altissima qualita’. 

Ma chi furono i pionieri di queste tecniche, uomini di scienza? No! furono pittori ed artisti che videro nella fotografia un surrogato della pittura e talvolta un mezzo per supplire allo scarso talento nel disegno.

Cosa significa fotografia

Il termine fotografia, dal greco antico φῶςphôs, luce e γραφήgraphè, scrittura o disegno, rappresenta la sintesi del processo ovvero “disegnare con la luce”, esso è un procedimento per la registrazione permanente e statica di un’immagine, proiettata per mezzo di un sistema ottico, su un elemento fotosensibile: emulsione chimica o sensore elettronico per la fotografia moderna.

 

La camera Oscura

La camera Oscura

Come detto la fotografia ha origini antichissime ed e’ arrivata all’evoluzione moderna seguendo un percorso che l’ha portata ad essere oggi alla portata di tutti. A tal proposito  merita una particolare attenzione la cosiddetta Camera Obscura ovvero un dispositivo ottico la cui invenzione è alla base di tutta la tecnica fotografica e da cui deriva la moderna fotocamera. Essa infatti fu realizzata molto tempo prima che si trovassero i procedimenti per fissare con mezzi chimici l’immagine ottica da essa prodotta. Non a caso gli apparecchi per riprese fotografiche ancora oggi sono chiamati camere: le prime camere oscure erano infatti delle vere stanze abitabili al cui interno i pittori e gli scienziati lavoravano. Una camera oscura può essere composta da una semplice scatola chiusa, con un piccolo foro su un lato che lasci entrare la luce. Il fascio luminoso prodotto, proietta sul lato opposto all’interno della scatola l’immagine capovolta di quanto si trova avanti al foro. Più il foro è piccolo e più l’immagine risulta nitida e definita. Il pregio maggiore di una camera così semplice è che tutti gli oggetti paiono a fuoco (anche se nessuno lo è), a prescindere dalla loro distanza dal foro: in altre parole il foro stenopeico si comporta come un obiettivo che non ha una sua lunghezza focale specifica, ma che essendo  di ridottissime dimensioni permette il passaggio di pochissima luce, permettendo di fotografare solo oggetti immobili. Nelle fotocamere reali, il foro è sostituito da un obiettivo, corredato di dispositivi per il controllo dell’apertura e della messa a fuoco: sul piano su cui si proietta l’immagine è collocata la pellicola fotografica da impressionare o, nel caso di apparecchi digitali, il sensore.




Un po’ di storia…

 

Da Aristotele a Daniele Barbaro

Aristotele
Aristotele

Già Aristotele, filosofo greco vissuto ad Atene tra il 384 e il 322 a.C. – afferma che, se costruiamo un piccolo foro  (foro Stenopeico) su una parete di un ambiente oscurato, un pennello luminoso disegna sulla parete opposta l’immagine capovolta dell’ambiente esterno.  Sul fenomeno descritto da Aristotele nel quarto secolo a.C. seguirono diversi studi e teorie, il primo scienziato ad occuparsene, nell’XI secolo, con largo anticipo sugli studi successivi, fu lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham il quale giunse, alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale tutte le immagini si riproducevano con il termine “camera obscura“.

Nel 1292 Guglielmo di Saint-Cloud per le sue osservazioni astronomiche utilizzò la proiezione dell’immagine del Sole su uno schermo mediante una camera oscura, il cui funzionamento è spiegato nel prologo della sua opera Almanach planetarum

 

Leonardo da Vinci
Leonardo da Vinci

Nel 1515 Leonardo da Vinci, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, descrisse una camera oscura che chiamò “Oculus Artificialis” (occhio artificiale). Il 24 gennaio 1544 Gèmma Rainer, detto Frisius, un fisico olandese, osservò l’eclissi di Sole proprio per mezzo di una camera oscura. La camera oscura leonardiana venne usata come strumento per la pittura, grazie alla quale si potevano copiare paesaggi fedelmente proiettati (anche se capovolti) su di un foglio appositamente appeso, infatti  gli artisti montavano delle stanze oscurate nelle quali entravano per ritrarre il paesaggio circostante, ma tali strumenti avevano un grosso inconveniente: erano di scarsissima maneggevolezza.

Gerolamo Cardano fu da attribuirsi, nel 1550, l’utilizzo di una lente convessa per aumentare la luminosità dell’immagine, mentre il veneziano Daniele Barbaro, nel 1568, descrisse una camera oscura con lente, che permetteva lo studio della prospettiva. Da allora le camere oscure furono largamente utilizzate dai pittori nell’impostazione di quadri con problemi prospettici: alcuni quadri del Canaletto pare siano stati dipinti col suo ausilio. Anche Antonio Vallisneri possedeva una camera ottica nella propria collezione.

Canaletto: Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, a Venezia.
Canaletto: Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, a Venezia.

 

tavolo da disegno
tavolo da disegno

Solamente verso la seconda metà del XVII secolo fu predisposto un tavolo da disegno portatile secondo il principio della camera oscura. Si trattava di una grossa scatola di legno, il cui lato anteriore era chiuso da una lente; I’artista la puntava dove desiderato e ricalcava l’immagine “ripresa” su un foglio di carta semi trasparente, appoggiato ad un vetro posto sulla parte superiore. Questo strumento fece parte per diversi secoli del corredo di pittori e artisti, anche famosi che lo utilizzavano per prendere appunti con una notevole precisione prospettica. 



I Materiali Fotosensibili: da Schulze a Daguerre  

Anche se i principi ottici e chimici su cui è basato il processo fotografico erano conosciuti anche nell’antichità, solamente il secolo scorso sono confluiti in una sintesi che ha permesso di registrare, sviluppare e fissare per la prima volta un’immagine su una lastra di peltro spalmata con una sospensione bituminosa di sali d’argento.


1727. J.H. Schulze. e il nitrato d’argento 

J.H. Schulze
J.H. Schulze

Il primo passo per fissare  l’immagine che che veniva riprodotta della scatola oscurata, senza doverla ricalcare a mano, si fece nel 1727 con la dimostrazione sperimentale della sensibilità alla luce del nitrato d’argento rilevata dallo scienziato tedesco Johann Heinrich SchulzeEgli infatti durante alcuni esperimenti con carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e argento, scoprì che il composto risultante, reagiva alla luce. Si accorse che la sostanza non si modificava se esposta alla luce del fuoco ma diveniva rosso scura se colpita dalla luce del sole, esattamente come per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero diffuse fino alla prima metà del 1900 e basate sugli alogenuri argentici non modificati. Ripeté l’esperimento riempiendo una bottiglia di vetro che, dopo l’esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. Chiamò la sostanza scotophorusportatrice di tenebre. Una volta pubblicati, gli studi di Schulze provocarono fermento nell’ambiente della ricerca scientifica.

 


1790. T. Wedgwood e l’impressione su carta

Thomas Wedgwood
Thomas Wedgwood

Verso la fine del 1700 l’inglese Thomas Wedgwood, figlio di un famoso ceramista di quel tempo, sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento. Egli rivestì con la sostanza  l’interno di alcuni recipienti ceramici, poi vi  immerse dei fogli di carta che esposti alla luce del sole , dopo avervi deposto degli oggetti, si annerivano solo le zone colpite dalla dal fascio luminoso, mentre rimanevano chiari nelle zone coperte dagli oggetti. Queste immagini, però, non si stabilizzavano e perdevano rapidamente contrasto se mantenute alla luce naturale, mentre riposti all’oscuro potevano essere viste alla luce di una lampada (a olio) o di una candela. Tuttavia però  non era  stato ancora  compreso il meccanismo per interrompere il processo di sensibilizzazione. Wedgwood infatti dovette interrompere gli studi a causa di una  salute cagionevole. La corrispondenza con James Watt, però fa ritenere che nel 1790 – 1791 avvenne la prima impressione di un’immagine chimica su carta.

 

1813. J.N. Nièpce le prime immagini “fissate” le Eliografie.

J.N. Nièpce
J.N. Nièpce

Il merito di aver ottenuto la prima immagine durevole, cioè inalterabile dalla luce, fu pero’ del francese J.N. Nièpce (1765-1833), cui convenzionalmente viene attribuita l’invenzione della fotografia. Nel 1813 Niépce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti alle recenti tecniche litografiche, approfondendo gli studi alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta mantenendo il risultato nel tempo. Si  interessò infatti  alla registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l’intervento dell’incisore. In collaborazione con il fratello Claude, Niépce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d’argento e il 5 maggio 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro), impressa su di una lastra cosparsa di materiale sensibile alla luce, (forse cloruro d’argento) inserita sul dorso di una cassetta di legno con l’interno verniciato in colore nero. 

Eliografia di Joseph Niépce, 1826.
Eliografia di Joseph Niépce, 1826.

L’immagine risultante apparì invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. Questo negativo non soddisfece Niépce, che proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente il positivo. L’immagine quindi  non poté essere fissata completamente, e Niépce fu indotto a studiare la sensibilità alla luce di altre sostanze, come il bitume di Giudea, un tipo di asfalto normalmente solubile all’olio di lavanda, che una volta esposto alla luce indurisce. La prima produzione con la nuova sostanza fotosensibile risale al 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di Reims, Georges I d’Amboise. Niépce cosparse una lastra di peltro con questa sostanza e vi sovrappose l’incisione del cardinale. Dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare dell’incisione, sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell’acquaforte e la lastra finale poté essere utilizzata per la stampaLa riproduzione andò distrutta poco dopo e la più antica immagine oggi esistente fu ottenuta da Niépce nel 1826, utilizzando una camera oscura il cui obiettivo era una lente biconvessa, dotata di diaframma e di un basilare sistema di messa a fuoco. Niépce chiamò questo procedimento eliografia e lo utilizzò per produrre dei positivi su lastre di stagno. Dopo l’esposizione alla luce e il successivo lavaggio per eliminare il bitume non sensibilizzato, utilizzò i vapori di iodio per annerire le zone lavate dal bitume. A causa della lunghissima esposizione necessaria, fino a otto ore, le riprese all’esterno furono penalizzate dalla luce solare che, cambiando orientamento, rese l’immagine irreale. Maggior successo ebbero le eliografie con luce controllata, ovvero in interni, e su lastre di vetro. 

1833.Louis Jaque Mande’ Daguerre: il Daguerrotipo

Louis Jacques Mandé Daguerre
Louis Jacques Mandé Daguerre

Nel 1827, durante il viaggio verso Londra  per presentare l’eliografia alla Royal Society, Nièpce si fermò a Parigi e incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest’ultimo era già stato informato del lavoro di Niépce dall’ottico Charles Chevalier, fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era un pittore parigino di discreto successo, conosciuto principalmente per aver realizzato il diorama, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, per cui Daguerre utilizzava la camera oscura per assicurarsi una prospettiva corretta.La Royal Society, però non accettò la comunicazione della scoperta di Niépce che non volle rivelare tutto il procedimento. Tornò quindi a Parigi e si mise in contatto con Daguerre, con il quale concluse nel dicembre 1829 un contratto valido dieci anni per continuare le ricerche in comune. Dopo quattro anni, nel 1833, Niépce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento. Daguerre si vide pertanto costretto a modificare il contratto e ne perfezionò il procedimento utilizzando una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d’argento. Seguì l’esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d’argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. 

Natura morta, dagherrotipo del 1837, di Louis Daguerre
Natura morta, dagherrotipo del 1837, di Louis Daguerre

L’immagine non risultava visibile fino all’esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l’immagine. Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio. Il procedimento chiamato dagherrotipo dal suo inventore fu acquistato dal governo francese, che reso pubblico il 19 agosto 1839 ne permise lo sfruttamento in tutto il mondo. II ritratto fotografico su lastra metallica divenne lo status symbol dei nuovi ceti benestanti, meno costoso di quello commissionato a un pittore e di rapida esecuzione. Purtroppo il dagherrotipo era un esemplare unico, dal quale non era possibile ricavare delle copie. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie. Costruite in legno, furono provviste delle lenti acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16. Anche se il procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì un brevetto in Inghilterra, con il quale impose delle licenze per l’utilizzo della sua scoperta.In Italia i primi esperimenti di fotografia sono condotti da Enrico Federico Jest e da Antonio Rasetti nell’ottobre del 1839 con un macchinario di loro costruzione basato sui progetti di Daguerre. Le prime fotografie italiane sono vedute del Templio della Gran Madre, di Piazza Castello, e di Palazzo Reale, tutte a Torino.

 

 1839. William Fox Talbot :Negativo e fissaggio

William Fox Talbot
William Fox Talbot

La notizia apparsa sul Gazette de France e sul Literary Gazette destò l’interesse di alcuni ricercatori che stavano lavorando nella stessa direzione. Tra questi William Fox Talbot, che si affrettò a rendere pubbliche la sue scoperte, documentando esperimenti risalenti al 1835. Si trattava di un foglio di carta immerso in sale da cucina e nitrato d’argento, asciugato e coperto con piccoli oggetti come foglie, piume o pizzo, quindi esposto alla luce. Sul foglio di carta compariva il negativo dell’oggetto che il 28 febbraio 1835 Talbot intuì come trasformare in positivo utilizzando un secondo foglio in trasparenza. Utilizzò una forte soluzione di sale o di ioduro di potassio che rendeva meno sensibili gli elementi d’argento per rallentare il processo di dissoluzione dell’immagine; il cosiddetto fissaggio. Chiamò questo procedimento sciadografia. Il 25 gennaio 1839 Talbot presentò le sue opere alla Royal Society, per rivendicare la priorità su Daguerre. Il 20 febbraio fu letta una relazione che rese chiari alcuni aspetti tecnici, al punto da rendere replicabile la procedura. Insieme a Talbot, anche Sir John Herschel, utilizzò i sali d’argento ma, grazie alle precedenti esperienze con l’iposolfito di sodio ottenne un fissaggio migliore. Ne parlò a Talbot e insieme pubblicarono la scoperta che venne subito adottata anche da Daguerre. La sostanza cambiò in seguito nome in tiosolfato di sodio, anche se rimase conosciuta come iposolfito. Ad Herschel venne attribuita anche l’introduzione dei termini fotografianegativo e positivo. Questo procedimento che consentiva la stampa di un numero illimitato di copie partendo da un unico negativo. Le sue ricerche sulla luce si unirono nell’invenzione che lo rese famoso, la Calotipia, di un procedimento fotografico che permetteva la riproduzione delle immagini con il metodo negativo / positivo. Fu presentata alla Royal Society sette mesi dopo quella di Louis Daguerre, il dagherrotipo. Questo ritardo fece perdere importanza alla calotipia, anche perché il metodo utilizzato da Talbot era più laborioso di quello presentato da Daguerre, e di qualità inferiore. In seguito però la calotipia guadagnò credito perché utilizzata per l’illustrazione a stampa: il negativo era inciso su lastre di rame e l’immagine riprodotta su una rotativa.Le prime fotografie destarono subito l’interesse e la meraviglia dei curiosi che affollarono le sempre più frequenti dimostrazioni del procedimento. Rimasero sbalorditi dalla fedeltà dell’immagine e di come si potesse distinguere ogni minimo particolare, altri paventarono un abbandono della pittura o una drastica riduzione della sua pratica. Questo non avvenne, ma la nascita della fotografia favorì e influenzò la nascita di importanti movimenti pittorici, tra cui l’impressionismo, il cubismo e il dadaismo.

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